
Premessa: L’enigma Heidegger
Martin Heidegger (1889-1976) è forse il filosofo più controverso e influente del XX secolo. La sua opera ha ridefinito il modo in cui pensiamo l’essere, il tempo, la tecnica e l’esistenza umana. Eppure la sua figura rimane avvolta in un’ambiguità profonda: genio filosofico indiscusso da un lato, nazista compromesso dall’altro. Questa tensione tra grandezza intellettuale e compromissione morale attraversa tutta la sua biografia e solleva questioni ancora oggi irrisolte sul rapporto tra pensiero e azione, tra filosofia e politica.
Le radici: tra cattolicesimo e provincia (1889-1909)
Martin Heidegger nasce il 26 settembre 1889 a Meßkirch, un piccolo paese della Svevia, nel sud della Germania cattolica. Il padre Friedrich è sacrestano della chiesa di San Martino e bottaio; la madre Johanna è di umili origini contadine. Questo radicamento nel mondo cattolico provinciale, nel ritmo delle stagioni e nella vita rurale, rimarrà una costante esistenziale e intellettuale di Heidegger per tutta la vita.
L’ambiente in cui cresce è quello della Svevia cattolica conservatrice, dove la fede permea ogni aspetto dell’esistenza quotidiana. Il giovane Martin viene destinato alla carriera ecclesiastica: riceve un’educazione religiosa severa e approfondita. Frequenta il ginnasio gesuitico di Costanza (1903-1906) e poi quello di Friburgo (1906-1909), dove si forma nella tradizione scolastica cattolica.
È in questi anni che ha il primo incontro decisivo con la filosofia. Nel 1907, il parroco di Meßkirch gli regala una copia della dissertazione di Franz Brentano “Sui molteplici significati dell’essere secondo Aristotele” (1862). Questo libro sarà una folgorazione: la domanda sul senso dell’essere diventerà l’ossessione filosofica di tutta la sua vita. Come scriverà decenni dopo: “La domanda sul molteplice significato dell’ente mi tenne in sospeso, sempre di nuovo”.
Già qui si intravede il movimento fondamentale del pensiero heideggeriano: un ritorno alle origini, all’interrogazione primaria della filosofia greca, alla domanda su cosa significhi “essere” prima di ogni specificazione particolare.
Gli anni della formazione: dalla teologia alla filosofia (1909-1916)
Nel 1909 Heidegger si iscrive alla Facoltà di Teologia dell’Università di Friburgo, con l’intenzione di diventare sacerdote gesuita. Ma la sua salute fragile (soffre di problemi cardiaci) e, soprattutto, una crescente inquietudine intellettuale lo allontanano progressivamente dalla vocazione religiosa.
Nel 1911 abbandona la teologia e passa alla facoltà di filosofia, pur mantenendo un forte interesse per la filosofia medievale e la scolastica. Studia con Heinrich Rickert, neokantiano, e Edmund Husserl, padre della fenomenologia. È quest’ultimo incontro a rivelarsi decisivo.
Nel 1913 si laurea con una tesi su “La dottrina del giudizio nello psicologismo” e nel 1915 consegue l’abilitazione con un lavoro su Duns Scoto (in realtà un’opera erroneamente attribuita al filosofo medievale). In questi lavori giovanili Heidegger mostra già una straordinaria capacità di penetrare nei testi antichi e medievali, cercando in essi non curiosità storiche ma risposte a questioni filosofiche vive.
La Prima Guerra Mondiale lo raggiunge: viene arruolato ma, per la sua salute cagionevole, è assegnato a compiti di retrovia, come il servizio meteorologico e la censura postale. Questa esperienza bellica, pur limitata, lo segna: la generazione europea è segnata dalla catastrofe, dalla fine di un mondo, dalla necessità di rifondare tutto.
L’incontro con Husserl e la fenomenologia (1916-1923)
Nel 1916 Heidegger diventa assistente di Edmund Husserl a Friburgo. Husserl è in quel momento il filosofo vivente più importante di Germania, fondatore della fenomenologia, un metodo filosofico che cerca di descrivere le strutture essenziali della coscienza e del suo rapporto col mondo.
Il motto husserliano “zu den Sachen selbst!” (“alle cose stesse!”) – cioè tornare ai fenomeni così come si manifestano, liberandosi da pregiudizi teorici – affascina profondamente Heidegger. Ma fin da subito il giovane filosofo intuisce i limiti dell’approccio del maestro: Husserl rimane troppo legato alla tradizione cartesiana, pensa la coscienza come soggetto isolato che si rapporta a oggetti esterni. Manca qualcosa di più originario: l’essere-nel-mondo, il fatto che noi non siamo prima “soggetti” e poi “nel mondo”, ma siamo costitutivamente aperti al mondo, gettati in esso.
In questi anni Heidegger tiene corsi universitari che anticipano le tematiche di “Essere e Tempo”. Studia Aristotele, Paolo di Tarso, Agostino, i mistici medievali. Cerca una “ermeneutica della fatticità” – un’interpretazione della vita concreta, storica, “gettata” dell’esistenza umana, prima di ogni astrazione teoretica.
Nel 1917 sposa Elfride Petri, una studentessa di economia protestante. Dal matrimonio nasceranno due figli, Jörg (1919) e Hermann (1920). Elfride è donna forte, determinata, e sarà un sostegno costante ma anche complice delle scelte più discutibili del marito, comprese quelle politiche.
Nel 1923 Heidegger ottiene una cattedra a Marburgo. Lascia Friburgo e il maestro Husserl, con cui i rapporti si faranno progressivamente più freddi, fino alla rottura definitiva negli anni Trenta.
Marburgo e la genesi di “Essere e Tempo” (1923-1928)
Gli anni di Marburgo sono i più creativi e intensi della vita di Heidegger. Qui tiene corsi leggendari che attirano studenti da tutta Europa. La sua fama di pensatore radicale e innovativo si diffonde. Tra i suoi allievi ci sono figure che segneranno la filosofia del Novecento: Hans-Georg Gadamer, Hannah Arendt, Hans Jonas, Karl Löwith, Herbert Marcuse.
È a Marburgo che Heidegger ha una relazione intensa e clandestina con Hannah Arendt, sua studentessa, ebrea, di diciotto anni più giovane. La relazione, iniziata nel 1924, è fatta di passione intellettuale e fisica, ma rimane nell’ombra, nascosta. Arendt ne sarà segnata per sempre; il rapporto tra maestro e allieva si riaccenderà episodicamente nel dopoguerra, carico di ambiguità, fascino, delusione e tentativo di comprensione reciproca.
Ma soprattutto, a Marburgo Heidegger scrive il suo capolavoro: “Essere e Tempo” (Sein und Zeit), pubblicato nel 1927. È un libro che cambierà la filosofia.
“Essere e Tempo”: la rivoluzione ontologica
“Essere e Tempo” si apre con una domanda: cosa significa “essere”? Non “cos’è l’ente?” (questa pietra, quest’albero, quest’uomo), ma “cosa significa che qualcosa è“? La domanda sembra banale, ovvia, ma Heidegger sostiene che la filosofia occidentale, da Platone in poi, l’ha dimenticata. Si è concentrata sugli enti, su ciò che è, ma ha trascurato l’essere stesso, il fatto che le cose sono.
Per rispondere, Heidegger parte dall’unico ente che si pone la domanda sull’essere: l’essere umano, che lui chiama “Esserci” (Dasein, letteralmente “essere-ci”, “esser-ci”). L’Esserci non è un soggetto cartesiano chiuso in sé, né un animale razionale aristotelico. È un ente il cui essere consiste nel comprendere il proprio essere, nell’avere rapporto col proprio essere. È l’ente che esiste, nel senso etimologico: ex-sistere, stare fuori, essere proiettato oltre se stesso.
Heidegger descrive le strutture fondamentali (gli “esistenziali”) dell’Esserci:
L’essere-nel-mondo: Non siamo prima soggetti isolati e poi “nel mondo”. Siamo costitutivamente aperti al mondo, immersi in esso, coinvolti. Il mondo non è una somma di oggetti ma una rete di significati, un orizzonte di possibilità.
La gettatezza: Ci troviamo già sempre gettati in un mondo che non abbiamo scelto, in una situazione storica, culturale, esistenziale data. Non partiamo da zero; partiamo da una situazione che ci precede.
Il progetto: Ma siamo anche sempre proiettati avanti, verso possibilità. Esistere è progettare, scegliere, decidere cosa fare di ciò che siamo stati gettati a essere.
L’essere-per-la-morte: La possibilità più propria dell’Esserci è la morte. Non come evento biologico futuro, ma come struttura esistenziale: io sono l’ente che può morire, che sa di dover morire. Questa consapevolezza apre all’autenticità: vivere anticipando la morte significa assumere radicalmente la propria finitudine, la propria unicità, la propria responsabilità.
L’angoscia: Diversa dalla paura (che ha sempre un oggetto specifico), l’angoscia è lo stato emotivo in cui il mondo perde i suoi significati abituali e ci troviamo di fronte al puro fatto di esistere, al “nulla” da cui emergiamo. L’angoscia è spaesamento radicale, ma è anche l’esperienza che può aprire all’autenticità.
L’esistenza autentica e inautentica: L’Esserci può vivere in modo “autentico” (assumendo la propria singolarità, finitudine, responsabilità) o “inautentico” (perdendosi nel “Si” impersonale, nelle chiacchiere, nella mediocrità del quotidiano dove “si dice”, “si fa”, senza mai assumere realmente se stessi).
La temporalità: L’essere dell’Esserci è fondamentalmente temporale. Non siamo “nel tempo” come oggetti; siamo tempo. Il nostro essere si distende tra passato (come gettatezza), futuro (come progetto) e presente (come situazione). La temporalità è la struttura ontologica fondamentale dell’esistenza.
Il libro doveva avere una seconda parte, mai completata, in cui Heidegger avrebbe dovuto mostrare come dalla temporalità dell’Esserci si arriva alla comprensione dell’essere in generale. Ma questa parte non verrà mai scritta. “Essere e Tempo” rimane un torso, un’opera incompiuta. E forse, come dirà lo stesso Heidegger, necessariamente incompiuta: la domanda sull’essere non può essere “risolta” ma solo continuamente riaperta.
Il successo e il ritorno a Friburgo (1928-1933)
“Essere e Tempo” fa di Heidegger il filosofo più discusso di Germania. Nel 1928, alla morte di Max Scheler, viene chiamato a succedere al suo maestro Husserl sulla prestigiosa cattedra di Friburgo. È il ritorno a casa, nella regione natale, nella Foresta Nera che ama.
A Friburgo Heidegger vive in modo diviso tra l’università e la sua baita (Hütte) a Todtnauberg, un rifugio spartano in montagna dove si ritira per pensare e scrivere. Questa baita diventerà leggendaria: un luogo di solitudine creativa, di ritorno all’essenziale, lontano dal chiacchiericcio cittadino.
In questi anni il pensiero di Heidegger inizia a trasformarsi. Già alla fine degli anni Venti percepisce i limiti di “Essere e Tempo”: l’opera rischiava di rimanere impigliata nella metafisica della soggettività che voleva superare. Heidegger cerca una “svolta” (Kehre), un nuovo inizio.
Studia i presocratici, Hölderlin, Nietzsche. Cerca un pensiero più originario, che pensi l’essere non a partire dall’uomo ma a partire dall’essere stesso. Un pensiero che “lasci essere” l’essere invece di volerlo dominare concettualmente.
L’abisso: Heidegger e il nazismo (1933-1945)
Il 30 gennaio 1933 Hitler diventa Cancelliere della Germania. Il 21 aprile Martin Heidegger viene eletto Rettore dell’Università di Friburgo. Il 1° maggio si iscrive al Partito Nazionalsocialista. Il 27 maggio pronuncia il famigerato “Discorso di rettorato” (Die Selbstbehauptung der deutschen Universität) in cui proclama la necessità di rifondare l’università tedesca in sintonia con la “rivoluzione” nazionalsocialista.
Cosa accade? Come può il filosofo che ha scritto “Essere e Tempo”, che ha insegnato l’autenticità esistenziale, aderire al nazismo?
Le interpretazioni sono molteplici e nessuna completamente soddisfacente:
1. L’interpretazione politica: Heidegger vede nel nazismo nascente la possibilità di una rigenerazione della Germania, di un superamento della decadenza della modernità tecnicistica e liberale. Crede (o vuole credere) che il nazismo possa essere “spiritualizzato”, guidato filosoficamente verso una vera rifondazione esistenziale del popolo tedesco. È un’illusione tragica, ma forse sincera nei primi mesi.
2. L’interpretazione filosofica: Alcuni studiosi (come Emmanuel Faye) sostengono che c’è continuità profonda tra la filosofia di Heidegger e il nazismo: il rifiuto dell’universalismo umanistico, l’esaltazione dell’autenticità radicata in un popolo e una tradizione specifica, il pensiero dell’essere come “Heimat” (patria), l’antisemitismo latente (che emergerà esplicitamente nei “Quaderni neri” pubblicati postumi).
3. L’interpretazione biografica: Heidegger è un uomo di provincia, conservatore, nazionalista, risentito verso l’intellettualismo urbano e cosmopolita (spesso identificato con gli ebrei). Il nazismo si presenta come movimento rivoluzionario e al tempo stesso radicato nel suolo tedesco, nella tradizione, nel “destino” del popolo. Seduce Heidegger a livello esistenziale prima che politico.
4. L’interpretazione dell’opportunismo: Heidegger vuole avere potere accademico, influenza, la possibilità di realizzare la sua visione di università. Il nazismo gli offre quest’opportunità e lui la coglie, minimizzando o negando gli aspetti più sinistri del regime.
Probabilmente c’è verità in tutte queste interpretazioni. Heidegger aderisce al nazismo per una miscela di convinzione filosofico-politica, illusione, opportunismo, risentimento e cecità morale.
Il rettorato dura meno di un anno. Heidegger si dimette nell’aprile 1934, deluso: i nazisti non vogliono “spiritualizzare” la loro rivoluzione secondo le sue indicazioni filosofiche. Vogliono potere brutale, non ontologia. Heidegger si sente usato e tradito.
Ma non rompe con il nazismo. Rimane iscritto al partito fino al 1945. Continua a insegnare, anche se in conflitto crescente con le autorità del regime. Nel 1935 tiene il corso “Introduzione alla metafisica” dove critica implicitamente il biologismo razziale nazista, ma parla anche della “grandezza e verità intima” del movimento nazionalsocialista (frase che tenterà di spiegare e giustificare nel dopoguerra).
Durante gli anni Trenta e Quaranta il pensiero di Heidegger si approfondisce nella direzione della “storia dell’essere”. Studia Nietzsche (quattro volumi di lezioni, 1936-1940) interpretandolo come ultimo metafisico dell’Occidente, profeta del nichilismo. Riflette sulla tecnica moderna come compimento della metafisica occidentale, come volontà di dominio totale sull’ente.
Un elemento inquietante emerge dai “Quaderni neri” (Schwarze Hefte), pubblicati solo dopo il 2014: passi dove Heidegger parla degli ebrei in termini che, pur non essendo razzismo biologico, sono indubbiamente antisemiti. Parla della “giudaità” (Judentum) come principio metafisico di sradicamento, di calcolo, di nichilismo. È un antisemitismo filosofico, non razziale, ma non per questo meno grave. Solleva la domanda: fino a che punto l’antisemitismo contamina il pensiero stesso di Heidegger?
Il dopoguerra e il silenzio (1945-1951)
Il 8 maggio 1945 la Germania nazista capitola. Heidegger viene interrogato dagli Alleati. L’università lo sospende e gli vieta l’insegnamento. È sottoposto a un processo di “denazificazione”.
Heidegger non si difende efficacemente. Non ammette colpe reali, non esprime pentimento per le vittime del nazismo, non riconosce la specificità della Shoah. Si presenta come vittima: è stato frainteso, ha cercato di opporsi dall’interno, è stato tradito dai nazisti stessi.
Nel 1949 la commissione gli permette di tornare a insegnare ma solo come professore emerito, senza incarichi istituzionali. Jaspers, suo vecchio amico, rompe definitivamente con lui, deluso dalla sua mancanza di onestà morale.
Heidegger si ritira sempre più nella sua baita. Vive questi anni in depressione, amarezza, isolamento. Ma continua a pensare e scrivere. Produce alcuni dei suoi testi più importanti: “Lettera sull’umanismo” (1947), “Sentieri interrotti” (1950), le conferenze sulla tecnica.
Il pensiero della “svolta”: l’essere come evento (1945-1976)
Il pensiero di Heidegger dopo la guerra si concentra su alcuni temi centrali:
L’essere come evento (Ereignis): L’essere non è una sostanza, né una proprietà degli enti. È l’evento del manifestarsi, il “darsi” delle cose. La storia dell’Occidente è la storia delle diverse “epoche” in cui l’essere si è dato: come physis per i Greci, come creatio nel Medioevo, come oggettività calcolabile nella modernità.
La tecnica moderna: Non è un semplice strumento neutrale. È un modo di svelare il mondo, di rapportarsi all’essere. La tecnica moderna (Gestell, “impianto”) riduce tutto a “fondo disponibile” (Bestand), a risorsa sfruttabile, calcolabile, ordinabile. Il fiume non è più il fiume che scorre; è potenziale idroelettrico. La foresta non è più luogo di mistero; è legname. L’uomo stesso diventa risorsa umana.
Il pericolo e la salvezza: “Dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva” (Hölderlin). La tecnica è il pericolo supremo perché oblia completamente l’essere, riduce tutto a oggetto manipolabile. Ma proprio questa radicalizzazione del nichilismo può aprire a una svolta: un nuovo inizio del pensiero, un “altro inizio” che pensi l’essere non come presenza da dominare ma come mistero da custodire.
Il linguaggio come casa dell’essere: Il linguaggio non è strumento di comunicazione. È il luogo dove l’essere si dispiega. I poeti – Hölderlin soprattutto – sono i custodi di questa dimensione originaria del linguaggio. La filosofia deve farsi più poetica, più pensante, meno calcolante.
La fine della filosofia: La filosofia occidentale, come metafisica, è giunta al suo compimento nella tecnica moderna. Non si tratta di “continuare” la filosofia ma di entrare in un “altro pensiero”, un pensiero che non domina ma ascolta, che non rappresenta ma lascia essere.
Questi temi Heidegger li sviluppa in saggi, conferenze, dialoghi. Il suo stile diventa sempre più criptico, aforistico, quasi oracolare. Gioca con l’etimologia, inventa neologismi, scrive in modo volutamente oscuro. Alcuni lo accusano di misticismo, altri lo seguono come un profeta.
Gli ultimi anni e l’eredità controversa (1951-1976)
Negli anni Cinquanta e Sessanta la fama di Heidegger cresce di nuovo. È riconosciuto come uno dei pensatori fondamentali del secolo. Riceve premi, inviti, onori. Stringe amicizia con poeti (Paul Celan, René Char), artisti, pensatori. Dialoga con teologi, psicanalisti, scienziati.
Ma l’ombra del nazismo non lo abbandona. Nel 1966 concede un’intervista alla rivista “Der Spiegel” a condizione che sia pubblicata solo dopo la sua morte. Nell’intervista cerca di spiegare il suo coinvolgimento col nazismo, ma rimane ambiguo, difensivo. Dice: “Solo un dio ci può salvare” dalla catastrofe della tecnica moderna.
Nel 1967 incontra di nuovo Hannah Arendt, dopo decenni. È un incontro carico di emozione, ambiguità, dolore non risolto. Arendt cercherà fino all’ultimo di comprendere, giustificare, salvare il pensiero del maestro dalla condanna morale.
Heidegger muore il 26 maggio 1976 a Friburgo, a 86 anni. Viene sepolto a Meßkirch, il paese natale, secondo il rito cattolico. Un ritorno alle origini, al suolo svevo, alla provincia da cui non si era mai veramente allontanato.
Il problema Heidegger: pensiero e vita
L’eredità di Heidegger rimane profondamente problematica. Da un lato, è impossibile negare la sua grandezza filosofica. Ha cambiato radicalmente il modo di pensare l’esistenza, il tempo, l’essere, la tecnica. Ha influenzato esistenzialismo (Sartre), ermeneutica (Gadamer), decostruzionismo (Derrida), teologia (Bultmann, Rahner), psicologia (Binswanger, Boss), teoria politica (Arendt, Marcuse). Nessun filosofo del Novecento ha avuto impatto comparabile.
Dall’altro, il suo nazismo non può essere liquidato come “errore biografico” separabile dal pensiero. C’è qualcosa nel pensiero stesso di Heidegger – il rifiuto dell’umanismo universale, l’enfasi sul radicamento in un popolo e una tradizione, il disprezzo per la tecnica moderna spesso identificata con America e giudaismo, un certo tono profetico-apocalittico – che ha reso possibile l’adesione al nazismo.
Questo solleva domande vertiginose: Un grande pensiero può nascere da una persona moralmente compromessa? La filosofia è separabile dalla biografia del filosofo? Possiamo “usare” Heidegger filosoficamente mettendo tra parentesi il suo nazismo? O dobbiamo respingerlo interamente?
Non ci sono risposte facili. Forse l’unica posizione onesta è quella della tensione: riconoscere simultaneamente la grandezza del pensiero e la gravità della compromissione. Leggere Heidegger criticamente, vigilando su dove il suo pensiero può portare. Non dimenticare che lo stesso uomo che ha scritto sulla “cura” (Sorge) come struttura fondamentale dell’esistenza umana non ha mostrato cura per le vittime del regime a cui aderiva.
Heidegger rimane un enigma doloroso: il pensatore che ci ha insegnato a pensare l’essere più originariamente di chiunque altro nel Novecento, e che ha fallito nel modo più grave nelle sue scelte esistenziali e politiche. Un monito, forse, sui limiti della filosofia – o sui limiti dell’essere umano che fa filosofia.
La domanda sull’essere rimane aperta. E rimane aperta la domanda su Martin Heidegger stesso.